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Mascherin vs Davigo: tra reato e moralità

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[MASCHERIN] Come cittadini tutti condividiamo tutti il fatto che ciò che non è reato può essere politicamente inappropriato e quindi inopportuno. Quando Lei come Magistrato fa questo tipo di considerazioni si crea una situazione di difficile distinzione di confine tra la sua funzione di Magistrato e questo tipo di considerazioni che tutti facciamo come cittadini. Non è, quindi, in contestazione il suo ragionamento, che tutti condividiamo come cittadini, ma il fatto che quando lo fa il magistrato si crea una sovrapposizione tra la funzione e il cittadino. Questo è l’aspetto più delicato del problema della manifestazione del pensiero del magistrato, che è sacrosanta, ma che richiede una prudenza maggiore, ovvero un onere che dipende dalla funzione. Il pericolo di confusione tra la funzione e il diritto di esprimere il pensiero va analizzato.

[DAVIGO] I magistrati non devono fare politica mai. Capisco che quando i magistrati esprimono opinioni riguardanti la politica il discorso diventa delicato. Ma in certi casi non serve aspettare le definitività della sentenza: ciò che non è controverso è ampiamente sufficiente per mandare un politico a casa. Allora il magistrato non può dire “non aspettate le sentenze e risolvete da soli i vostri problemi”? Il risultato è caricare la magistratura di un compito che non gli compete: selezionare la classe politica. Se si giudicasse degli ex il problema non si porrebbe. Non c’entra la presunzione di innocenza.

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